A lezione da Liverani

Grosso s'ingarbuglia da solo. Vince la linearità di Liverani
06.10.2018 20:34 di Lorenzo Fabiano  articolo letto 924 volte
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A lezione da Liverani

Male, anzi malissimo. Non uno, ma due passi indietro. Il Verona cade per la seconda volta di fila, ma questa volta il tonfo è ben più pesante. Intanto il Pescara fa fuori il Benevento nello scontro diretto, e spicca il volo. L’Hellas saluta il primato. Se a Salerno tutto sommato la squadra aveva fatto la sua parte e avrebbe meritato di uscire dall’Arechi con in mano qualcosa di più che un pugno di mosche, lo stesso non possiamo certo dire della legnata subita al Bentegodi dal Lecce.

Premessa: quella di Liverani è una gran bella squadra sia sotto il punto di vista organizzativo che atletico. Il Lecce è venuto a giocarsela come doveva: ha chiuso gli spazi senza rinunciare ad offendere; quando lo ha fatto, le fiondate si sono rivelate letali. Fosforo e i piedi buoni di Mancosu hanno messo in grave difficoltà un Verona giù di tacco che ha palesato, ahinoi, serie lacune soprattutto nella seconda parte di gara quando la squadra nel tentativo di raddrizzare la baracca si è infilata in un buco nero dal quale non è più riuscita ad emergere.

Morale: meritata vittoria del Lecce e dolorosa sconfitta sulla quale il Verona ha di che meditare. Ne avrà tempo, visto che ci attende la sosta. Tuttavia, meglio non perdersi in ciancerie e iniziare subito. L’impressione è che il Verona la partita l’abbia persa ancor prima di scendere in campo, o se non altro ci abbia messo parecchio del suo. Fabio Grosso ha colto tutti in contropiede e rivoluzionato la squadra. Ci chiediamo il perchè di un rimescolamento che ha stravolto gli equilibri: con davanti la pausa, il Verona non giocava da una settimana, mica da due giorni. Era quindi proprio necessario correre un simile rischio?

Se in difesa le scelta di dare spazio a Empereur ed Eguelfi, ci può stare, più di una perplessità ha suscitato la decisione di rinunciare a Liam Henderson in un centrocampo dove Colombatto soffre se non ha la possibilità di agire da playmaker. Il ragazzo ha bisogno di sentire e respirare la squadra, di essere motore nel fulcro della manovra: se gli togli questa possibilità finisci col soffocarlo. Così è stato. L’idea di affiancarlo a Dawidowicz in mediana non ha pagato, e a patirne maggiormente è stato proprio l’argentino, apparso insofferente, nervoso, e imprigionato nell’incapacità di trovare il flusso. Il furetto Lee ha tradito le attese scomparendo nel fumo da lui stesso prodotto. In avanti i nodi legati alla condizione di Pazzini, spiace dirlo, son venuti tutti puntualmente al pettine. L’infortunio di Matos, il più in palla della truppa (speriamo non sia così grave e possa tornare presto), ha fatto il resto. La rosa del Verona ha tuttavia molte frecce nell’arco e c’era quindi la possibilità di porre rimedio in corsa. Se possibile, le cose son peggiorate: Cissè è in evidente ritardo, Zaccagni non ha inciso più di tanto, così come Ragusa il cui ingresso è stato tardivo.

In panca per tutta la serata è invece rimasto Di Carmine il cui rientro, sia pur a partita in corso, era stato annunciato dallo stesso Fabio Grosso il giorno prima nella conferenza stampa della vigilia. Perlomeno curioso che, vista la piega che la partita aveva preso, non sia stato chiamato alle armi nemmeno per uno scampolo di battaglia. Il Verona in estate ha investito molto su di lui. Paura di rischiarlo? Bé, tanto valeva allora dirlo a chiare lettere prima, risparmiandoci così di arrovellarci le meningi nei vicoli ciechi. Il tutto a dimostrazione una volta di più della totale inutilità delle conferenze stampa pre-partita nel calcio attuale.

Passiamo ad altro. Ora viene la sosta. Quanto mai opportuna, aggiungiamo pure. Ci auguriamo sia l’occasione per un’analisi attenta e profonda della situazione. Siamo convinti che questo Verona rimanga forte, a patto che sappia utilizzare e capitalizzare le armi di cui dispone senza complicarsi la vita da solo. Si guardi dentro, impari la lezione e rialzi la testa già a Venezia alla ripresa. Alibi non ce ne sono. Detto questo, complimenti al buon vecchio calcio lineare di Fabio Liverani e alla geometria del suo Lecce.