Marangon: "Il mio sogno a tinte gialloblù"

Intervista con un altro indimenticabile eroe dello scudetto
12.10.2018 17:30 di Enrico Brigi Twitter:   articolo letto 448 volte
Marangon: "Il mio sogno a tinte gialloblù"

Per tutti uno degli indimenticabili “eroi dello scudetto”. Tre stagioni in gialloblù, 82 presenze e due reti. Uno dei primi. e anche tra i più forti, terzini fluidificanti ma, soprattutto, un tricolore di valore assoluto conquistato nella città di Giulietta e Romeo. Un quadro da appendere in sala. Un poster immortale. Il calcio, la passione della sua vita, abbandonato troppo presto. Una valigia sempre pronta al suo fianco. Spesso per viaggi con biglietto di sola andata. Il suo presente scorre oggi lungo le assolate spiagge di Ibiza. Luciano Marangon da Quinto (TV), classe 1956, nonostante gli anni conserva una forma ancora smagliante ed una vitalità da far invidia. Sono passati più di trent’anni dal quel magico 1985 ma i colori gialloblù sono ancora saldi nei suoi pensieri.

Cominciamo la nostra chiacchierata con il Verona di oggi, che dopo la pesante retrocessione dello scorso anno, non nasconde ambizioni di pronto ritorno in serie A. “Onestamente riesco a seguire poco il calcio italiano. Fin da quando giocavo ho sempre avuto un debole per il calcio inglese. Quando riesco guardo le partite di Premier League e, a volte, qualche match di Liga e Bundesliga. Ultimamente non ho visto partite del Verona ma mi tengo sempre informato su tutto grazie alle amicizie con i tanti tifosi gialloblù che conservo da molti anni. Sono loro, infatti, che mi raccontano quello che succede. Sono molto dispiaciuto per la retrocessione, la seconda in tre anni, ma spero che la squadra possa tornare in serie A. Un posto dove la città merita e dove, soprattutto, merita di stare la sua grande tifoseria"

Nella tua carriera di calciatore, oltre ad importanti esperienze vissute con le maglie di Napoli, Roma ed Inter, hai avuto l’occasione di vivere stagioni importanti in due piazze di provincia, unite da una forte rivalità ma per molti aspetti molto simili tra di loro. Parliamo naturalmente di Vicenza e Verona. “Con la maglia del Lanerossi Vicenza ho trascorso cinque anni molto importanti. Per me si trattava della prima esperienza da professionista, una volta uscito dal settore giovanile della Juventus. Furono anni ricchi di soddisfazioni dove sfiorammo lo scudetto, arrivando secondi alle spalle della Juve. Era il famoso Real Vicenza, uno gruppo fantastico nel quale brillava già la stella di Paolo Rossi. In gialloblù, invece, sono rimasto solo tre anni. Arrivando dalle precedenti esperienze di Napoli e Roma poteva sembrare un passo indietro. Dopo una qualificazione in Coppa Uefa, già al primo anno, arrivammo, invece,  a centrare la vittoria del campionato. Lo scudetto rappresenta per me e per tutti i tifosi gialloblù un ricordo indelebile. Ancora oggi, tra le vie della città, quando si parla di gialloblù si ricordano prevalentemente due cose: il Verona dello scudetto e la sua grandissima tifoseria.Vicenza - città dove vive mia figlia - e Verona sono anche due città dove appena posso torno sempre volentieri"

Al termine di quella stagione trionfale arrivò come un fulmine a ciel sereno, del tutto inaspettato, il tuo passaggio all’Inter. “A dir la verità in quella stagione avevo già firmato a gennaio il mio contratto che avrebbe sancito a fine stagione il mio passaggio allInter. Quando ricevetti la proposta dall’allora presidente Ernesto Pellegrini informai subito Ferdinando Chiampan, il quale, davanti all’offerta presentami dalla società nerazzurra, mi diede con molto dispiacere il suo nulla osta. Effettivamente, si trattava di una cifra in quel momento al di fuori della portata delle casse gialloblù. Non fu per niente facile per me prendere quella decisione perché si trattava di lasciare un ambiente fantastico, un gruppo di giocatori unico, con i quali solo qualche mese dopo - ma non lo sapevo ancora - avrei vinto un indimenticabile scudetto. In quel momento, tuttavia, l’Inter rappresentava un ipotetico punto di arrivo della mia carriera e decisi di seguire i miei desideri. Nonostante questo mi comportai da professionista - come ho sempre fatto nella mia carriera - dando tutto me stesso fino all’ultimo minuto per i colori gialloblù." 

A distanza di oltre trent’anni il legame tra di voi è rimasto intattoIl rapporto di amicizia nato in quello spogliatoio è rimasto molto forte tra di noi. Grazie anche ad una chat messa in piedi da Nanu Galderisi siamo sempre in contatto tra di noi. Le nostre ambizioni ci hanno portato a seguire strade diverse una volta terminata l’attività agonistica ma il nostro legame è rimasto sempre molto forte."

Lo scudetto vuol dire anche Osvaldo Bagnoli e, soprattutto, Toni Lonardi, da poco scomparso. “Ho appreso della sua scomparsa mentre mi trovavo dall’altra parta del mondo. Era una gran brava persona, sempre gentile e affettuosa, quasi come un padre di famiglia. Era l’allenatore dei portieri ma aveva anche con noi giocatori un rapporto veramente speciale, L’ultima volta che l’avevo incontrato a Verona l’avevo visto abbastanza bene, non sapevo delle sua malattia. E’ sempre stata una persona molto discreta e se ne è andato quasi in punta di piedi. Non ho potuto essere presente al funerale ma assieme a tutti gli altri - alcuni come Di Gennaro, Tricella, Galderisi, Volpati  c’erano - abbiamo portato alla famiglia la nostra sincera vicinanza." 

Parliamo ora di Bagnoli “ Un grande allenatore. Un uomo semplice, di poche parole, gli bastava lo sguardo per farsi capire. Con lui abbiamo vissuto qualcosa di veramente straordinario, Bagnoli era per noi quasi come un padre. Per certi versi mi ricorda Giovambattista Fabbri, mio allenatore quando vestivo la maglia del Lanerossi Vicenza.” 

Assieme a Cabrini sei stato uno dei primi terzini fluidificanti ma non trovasti spazio in maglia azzurra. “Sono stato uno dei primi interpreti in quel ruolo. Io e Antonio Cabrini rappresentavamo sicuramente in quel tempo la prima scelta. Se volete la soluzione del dilemma è molto semplice, lui vestiva la maglia della Juventus mentre io, dopo le esperienze di Napoli e Roma, militavo in una squadra provinciale (sorride ndr ). Nonostante tutto, la convocazione in maglia azzurra arrivò anche per me. Era il 14 aprile 1982 quando fui chiamato per un’amichevole contro la Germania Est, proprio in sostituzione di Cabrini, indisponibile per squalifica. Il mio inserimento nella lista dei 22 per il mondiale spagnolo era oramai cosa fatta ma un imprevisto infortunio muscolare mise fine al mio sogno azzurro. Non riuscì a recuperare per tempo ed al mio posto venne convocato Bergomi, allora appena diciottenne.”

La tua carriera è finita presto, quando avevi da poco compiuto 31 anni. “La mia carriera è finita dopo le due stagioni disputate con la maglia dell’Inter. La prima giocai con continuità (a fine campionato le presenze furono 30 ndr) mentre nella seconda, a causa di un nuovo infortunio disputai solamente tre partite. Fui curato male dai medici nerazzurri e rimasi fuori squadra per diversi mesi. Una volta rientrato, avevo voglia di cambiare aria. Feci alcuni provini in Inghilterra e trovai un concreto interesse da parte del Tottenham. Allora non era ancora in vigore la legge Bosman ed il valore del cartellino era determinato da diversi parametri (ingaggio, presenze in campionato, presenze in nazionale, ecc). Il mio valore si attestava vicino ai sei/sette miliardi di lire, una cifra veramente importante per quel tempo. Andai personalmente dal presidente Pellegrini - allora non esistevano i procuratori - chiedendo di accettare uno sconto sull’importo per consentirmi di assecondare la mia voglia di cambiare aria e di realizzare il mio desiderio di giocare in Inghilterra. Arrivai a minacciare di lasciare il calcio giocato se non mi avessero accontentato. Il presidente nerazzurro, purtroppo, non volle sentire ragioni. Mi avrebbe lasciato andare ma senza rinunciare ad una sola lira della cifra stabilita. Davanti a quel rifiuto ostinato decisi di mantenere la promessa fatta. Misi tutto in una valigia e presi un biglietto di sola andata per New York dove iniziai una vita.

Qualcuno tentò di farti tornare sui tuoi passi ? “Ci provarono in molti. Lo stesso Trapattoni cerco di convincermi a ripensarci ma oramai avevo preso la mia decisione e non avevo alcuna intenzione di tornare indietro. In ogni caso, non sarei comunque più tornato a Milano.” 

Ma il calcio è sempre statua la tua più grande passione. “Senza calcio, infatti, non sono resistito più di tanto. Dopo qualche anno sono diventato procuratore. Mi sono messo a girare il mondo alla ricerca di nuovi talenti. Sono stato in Uruguay, Argentina, Brasile, Messico. Ho visionato un sacco di giocatori, segnalando diversi talenti a società professionistiche, non solo italiane. Si tratta, tuttavia, di un mondo estremamente complicato. Se non sei nel giro giusto rimani tagliato fuori. E così andò”.

Il più grande rimpianto, forse, è quello che a Verona, nessuno abbia mai voluto avere vicino a se voi dello scudetto “Io e tutti i miei compagni di allora siamo molto dispiaciuti per questo. Nessuno ha mai saputo i motivi che hanno spinto le diverse società che si sono succedute negli anni quasi ad ignorarci. Alcuni, ad esempio come Tricella e Volpati, hanno preso altre strade ma molti di noi sono rimasti nel mondo del calcio. Nessuno, però, ha mai voluto il nostro coinvolgimento in qualsivoglia progetto societario. Chissà, la nostra presenza sarà stata considerata forse troppo ingombrante. Tutto ciò rappresenta una grande delusione perché credo che la nostra esperienza abbinata all’amore per i colori gialloblù avrebbero potuto rappresentare un sicuro valore aggiunto. In altre piazze - senza andare molto distante basta guardare il Chievo - molti ex giocatori fanno parte della società e sono parte integrante del progetto. Per noi questo è rimasto solo un sogno. Un vero peccato”.

Luciano Marangon oggi cosa fa? “Da qualche anno vivo ad Ibiza dove ho un locale sulla spiaggia. Ultimamente, assieme ad altre persone abbiamo condiviso un progetto per iniziare un’analoga attività ai Caraibi. Sembrava tutto pronto ma credo che bisognerà attendere ancora un pò.”

E il calcio ? “Sono lontano da questo mondo da alcuni anni ma il desiderio di rientrare non è mai venuto meno. Questo sport rappresenta una parte importante della mia vita e la mia passione è rimasta immutata.

Cosa ti piacerebbe fare ? “ Diciamo che potrei dare una mano a quella che oggi chiamano area tecnico-sportiva. Non dico direttore sportivo ma qualcosa del genere si.”

E se fosse il Verona a chiamare ? “Verrei di corsa senza nemmeno pensarci un attimo. Sarebbe come coronare un piccolo sogno a tinte gialloblù”.