Celeste Pin: "Viola e gialloblù, i colori della mia carriera"

Intervista con l'indimenticato difensore gialloblù, in riva all'Adige per quattro stagioni nei primi anni 90.
20.11.2018 17:00 di Enrico Brigi Twitter:   articolo letto 162 volte
© foto di Federico De Luca
Celeste Pin: "Viola e gialloblù, i colori della mia carriera"

Quattro stagioni in maglia gialloblù con centoventinove gettoni e due reti. Arrivò in riva all’Adige nella stagione 1991/1992, quella del ritorno in serie A nonostante il triste fallimento dell’anno precedente. Sulla panchina il grande “GenioFascetti. In campo i vari Fanna, Renica, Magrin e Prytz, tanto per citarne alcuni. Ciliegina sulla torta il talento indiscusso di Dragan Stojkovic. Una ricetta senza dubbio perfetta, almeno sulla carta.  Il finale, invece, fu completamente diverso. La stagione del campione jugoslavo iniziò sotto la cattiva stella di una squalifica di sei giornate - rimediata per un’espulsione durante un’amichevole estiva - e proseguì intervallata da numerosi infortuni. In mezzo i diversi gol falliti da Raducioiu e tanta, troppa sfortuna. Nemmeno la chiamata al capezzale gialloblù della coppia Nils Liedholm e Mario Corso riuscì a cambiare le sorti di quella stagione sfortunata. Cronaca di una retrocessione annunciata. In quel campionato avaro di risultati positivi la parziale soddisfazione di una rete contro l’Inter che valse una vittoria valida solo per gli annali. Per Celeste Pin l’avventura in gialloblù rappresenta, comunque, una parentesi importante della sua carriera. Lo incontriamo con piacere dopo alcuni anni. 

Quattro anni a Verona. Che ricordi hai? “I quattro campionati con la maglia gialloblù sono stati per me un’esperienza molto positiva. Verona è una bellissima città nella quale mi sono trovato molto bene con la società, con i compagni e soprattutto con i tifosi. Arrivato, firmai subito un contratto biennale. Furono due stagioni poco esaltanti con una brutta retrocessione alla quale non fece seguito una pronta risalita. La società decise allora di puntare sui giovani. Accettati volentieri una riduzione dell’ingaggio pur di non andarmene e rimasi per altre due stagioni. Ebbi, comunque, l’opportunità di “fare da chioccia” a futuri campioni come Gianluca Pessotto, Damiano Tommasi e Pippo Inzaghi”. 

Lasciasti Verona giusto l’anno in cui venne costruita la squadra che sotto al guida di Attilio Perotti avrebbe conquistato la promozione in serie A “La mia mancata riconferma arrivò come un fulmine a ciel sereno. In primavera avevo già l’accordo verbale con Nardino Previdi (direttore sportivo di allora ndr) per il rinnovo del contratto. Il nuovo mister, tuttavia, chiese espressamente l’acquisto di Marco Baroni e per me non rimase più spazio. Lasciai a malincuore ma il destino volle così. Con Marco siamo amici da molti anni e ne parliamo spesso. Sono cose che possono capitare”. 

Prima di Verona, ben nove anni con la maglia della Fiorentina. Una vita. “Firenze rappresenta la parte più importante della mia carriera. Ci arrivai ventunenne, dopo un anno a Perugia, e me ne andai a quasi trent’anni. Sono stati anni ricchi di soddisfazioni in una piazza difficile e complicata, dove si vive il calcio con grande passione, ma altrettanto meravigliosa e stimolante. Il tifoso viola, poi, dicono sia come l’edera perché dove si attacca muore. Ed è per questo, che ancora oggi mi ricordano tutti con immenso piacere. Una cosa di cui sono molto orgoglioso”. Viola e gialloblù, due tifoserie unite da un gemellaggio tra i più longevi. “Due grandi tifoserie unite ancora oggi da un legame di amicizia inossidabile che dura da molto tempo. il viola e il gialloblù rappresentano i colori della mia carriera”. 

Parliamo del calcio di oggi. "Sicuramente oggi il mondo del calcio è molto diverso da quando ero io a fare il calciatore. La differenza più rilevante credo sia la mancata coesione che si nota a livello di spogliatoio. Una volta l’armonia del gruppo era il punto di forza per raggiungere risultati importanti. Anche perché si era amici in campo ma soprattutto anche fuori dal terreno di gioco. Oggi, invece, dopo l’allenamento si condivide molto meno”.

Segui ancora Fiorentina e Verona? “Certo, le seguo entrambe. Più da vicino i viola visto che partecipo spesso ad una trasmissione radiofonica sull'emittente toscana Lady Radio”. In riva all’Adige tiene banco il “caso” Pazzini. “Giampaolo è un serio professionista ed un grande attaccante. L’esclusione desta clamore, tuttavia credo che, indipendentemente dal passato, un giocatore debba sempre dimostrare il proprio valore in ogni piazza.  In questi anni, pur tenendo conto degli infortuni e delle due retrocessioni, il suo rendimento è stato forse leggermente inferiore alle aspettative”.

A Firenze hai avuto occasione di giocare al fianco di due grandi campioni come Antognoni e Baggio.“Due grandissimi giocatori , molto amati dal popolo fiorentino".  Baggio, però, non rimase a Firenze ma finì alla Juventus. “Roberto amava Firenze e Firenze amava lui. Fosse stato per lui, una volta ricevuto il testimone da Antognoni, non se ne sarebbe mai andato. La sera dell’ultima partita in maglia viola, quando sapeva che il giorno dopo avrebbe firmato per i bianconeri, era molto triste. Il calcio, però, è fatto anche di queste cose”.

Una volta terminata la carriera l’esperienza come direttore sportivo. “Appese le scarpe al chiodo ho fatto un’esperienza come team manager a Venezia dove il direttore sportivo era Gianni Di Marzio e l’allenatore era Walter De Vecchi. Successivamente ho conseguito il patentino di direttore sportivo a Coverciano. Fui chiamato alla Viterbese, riuscendo a costruire una buona squadra. Prima dell’inizio della stagione, tuttavia, arrivò in veste di direttore generale Luciano Moggi (la società stava per essere ceduta a Luciano Gaucci ndr) il quale mi impose subito il taglio di tre giocatori e l’arrivo di un nuovo allenatore. Decisi di non sottostare alle sue richieste e me ne andai. Dopo la Viterbese, tramite Oreste Cinquini - direttore sportivo viola - e Lele Oriali - con il quale giocai a Firenze - iniziai una collaborazione con il Parma. Erano alla ricerca di un attaccante emergente ed io, avendolo conosciuto in gialloblù, segnalai Pippo Inzaghi. 

Hai qualche rimpianto ?  "Lasciare Viterbo fu una scelta difficile ma l’idea di legarmi professionalmente a Luciano Moggi e al suo entourage non mi sembrava la cosa migliore. A distanza di anni, vedo che la mia decisione è stata sicuramente quella giusta. Dopo Parma, però, non capitarono altre occasioni e le porte per me sono sempre rimaste chiuse. Un destino amaro che accetto senza alcun rimpianto. Probabilmente dove andare così".