Uno schiaffo alla cabala. Negli ultimi due anni Benevento era stata per noi ciò che le Forche Caudine furono per i Romani. D’altronde in Sannio siamo e in Sannio eravamo...Due anni fa in B, quando pur in inferiorità numerica giocammo un’ottima gara, uscimmo scornati; lo scorso anno nel catino del Vigorito affondarono le ultime residue speranze di salvezza. Amari ricordi.
La vendetta è però un piatto da servire freddo, almeno così dicono...: nel momento più complicato della stagione, ecco che il Verona va a vincere proprio lì. Ciapa e porta a casa, tié. Noi ci tiriamo su una bella costola (il premio dei tre punti è un bel balzo in classifica), e mettiamo nei guai coloro che erano stati i nostri carnefici (oggi parecchio indulgenti). Sembra un film, ma per fortuna non lo è. Tutto vero. Oltre al successo ritrovato, piace lo spirito che la squadra ha messo in campo sin dal primo minuto. Si è visto infatti un Verona convinto dei suoi mezzi, giocare con personalità e finalmente capace di aggrapparsi agli attributi nei momenti più delicati. Certo, se lo sciagurato Coda non avesse scambiato un cucchiaio per un mestolo, forse ci troveremmo qui a raccontarla diversa, ma se in cucina ha fatto confusione il problema è solo suo, non certo nostro.
Grosso ha corso i suoi bei rischi, ma i fatti gli hanno dato questa volta ragione. Ha ridisegnato la squadra per l’ennesima volta, lasciato fuori Caracciolo, Henderson, Ragusa, Laribi; confermato Zaccagni, ha piazzato per la prima volta Gustafson in mezzo al campo affiancato dal baby Danzi che in campo non scendeva dalle ultime partite dello scorso campionato. In avanti, inamovibili lo stralunato Di Carmine e lo splendido Matos, ha dato fiducia alla zanzara tigre Lee, il cui ronzio era in ogni zona del campo. Piccolo grande uomo, il ragazzo di Corea. Averne di gente con la sua intensità. Qualche nota negativa c’è: avremmo potuto e dovuto chiudere la pratica prima e invece, complice la parità numerica ristabilita con l’espulsione del fante Balkovec, ci è toccato soffrire fino alla fine. Grosso pare essersi convinto che il torrione Dawidowicz stia bene là dietro a fare il guardiano delle mura di casa. Un bastione invalicabile, con il pregio di saper dirigere le operazioni. A beneficiarne è stato Marrone, secondo il nostro modesto parere, autore della sua miglior prestazione da quando è arrivato al Verona.
Ora non tiriamola troppo lunga con le lodi. La strada è lunga e impervia. Se il Verona vuole diventare grande ed essere ciò che si prefigge di essere, deve imparare a svolgere i compiti con regolare puntualità e farsi trovare trovare pronto alle interrogazioni. Non basta un exploit, se poi alla prima insidia ci ricaschi. La parola d’ordine è ora continuità, sia quel che sia. A partire da lunedì sera, quando nel gelo del Bentegodi (una volta bisognerebbe metterci in maniche corte quei genialoidi della Lega) saliranno quelli del Pescara, altri che in passato ci hanno riservato dolori. Se la riscossa sarà finalmente partita dalle Forche Caudine del Sannio lo sapremo presto. Non ci resta che attendere.
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